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Workaholism: ammalarsi di lavoro

   
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Non è insolito sentire “Aspetta un attimo, devo rispondere a un’email” o “È una telefonata di lavoro importante, non posso non rispondere”. Lavorare fuori orario e fuori ufficio è un fenomeno in netto aumento a causa dei dipendenti che soffrono di workaholism, la sindrome da dipendenza dal lavoro. Il termine è stato coniato già nel 1971 dallo psicologo Wayne Oates, ma ora è molto più utilizzato.

Secondo uno studio condotto da Adecco Group e pubblicato sul blog Morning Future, il 66% dei Millenials può essere definito workaholic. Ben il 63% lavora anche durante un periodo di malattia e il 70% rimane attivo anche durante il weekend, seppure non richiesto direttamente dall’azienda.

Workaholism ammalarsi di lavoro

La flebile separazione tra lavoro e vita privata si sta sgretolando. Nel 2019 la colpa veniva imputata alla tecnologia, soprattutto per i giovani nativi digitali già workaholics. Le nuove tecnologie garantiscono infatti un collegamento 7 giorni su 7 e 24 ore su 24 e forniscono numerosi e continui stimoli agli utilizzatori. Ora, nel 2020, la situazione è diversa. Siamo in un periodo storico che impone nuove forme ibride di lavoro: smart working, home working, flexible working, eccetera. Queste modalità hanno numerosi vantaggi che sembrano suggerire una migliore gestione della work-life balance, garantendo a chi le adotta una maggiore libertà nell’organizzazione della propria vita privata e della propria vita professionale. La realtà è però un’altra: spesso questi vantaggi possono rivelarsi dei veri e propri svantaggi e creare nuovi workaholics. Più evidente quando il lavoro viene svolto da casa: quante volte capita di rispondere a un’email del capo o di un collega alle 19.00? Oppure, se si ha un impiego part-time, essere produttivi oltre le ore di lavoro determinate?

Si può credere che, se un dipendente decide da solo di lavorare di più, senza essere obbligato, è un lavoratore felice e che ama la sua professione. Tuttavia, non solo questa è una falsa credenza ma è un comportamento che può avere ripercussioni più o meno gravi sia sul dipendente, sia sull’azienda (in termini di produttività). I sintomi più comuni del workaholism sono infatti depressione, ansia, insonnia e aumento del peso. Addirittura, il 42% dei Millenials che lavora intensamente più di 9 ore al giorno ha riscontri negativi sulla propria salute mentale.

Ammalarsi-di-lavoro

Purtroppo però non sono solo la tecnologia e il periodo storico a costituire dei rischi. Spesso una pressione esagerata da parte del datore di lavoro e la volontà di fare carriera favoriscono un lavoro malsano ed eccessivo. L’iper-lavoro non è la risposta al raggiungimento degli obiettivi personali e professionali, né tantomeno aiuta nel rapporto con i colleghi e con i superiori rendendo il dipendente più affabile dal punto di vista lavorativo. Il fenomeno è talmente comune che in America hanno già creato alcuni centri terapeutici per “workaholics anonymous”. Una tendenza che preoccupa e che grava sulle aziende e sulla salute dei propri dipendenti. L’assotigliarsi del tempo dedicato alla vita privata e il crescente numero di workaholics sono problemi che devono essere risolti per garantire una collaborazione sana tra imprese e lavoratori.

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