Quando si parla di lavoro a tempo parziale, il dibattito pubblico finisce spesso per concentrarsi sui giovani. La narrazione è nota: la Generazione Z sarebbe meno disposta a impegnarsi a tempo pieno, più attenta all’equilibrio tra vita privata e professionale, meno orientata alla carriera. Ma i numeri raccontano una realtà più articolata.
Secondo una recente analisi dell’Unione svizzera degli imprenditori, il fenomeno del tempo parziale “per scelta di vita” non riguarda in modo prevalente i più giovani. Al contrario, il potenziale più consistente di ore lavorative non utilizzate si concentra tra i lavoratori con più di 50 anni. Tra i giovani, il tempo parziale è spesso legato alla formazione; nella fascia centrale della vita professionale pesa soprattutto la cura dei figli. È invece dopo i 50 anni che cresce la quota di chi riduce volontariamente il proprio grado d’occupazione pur potendo lavorare di più.
Si tratta di un tema delicato, che va affrontato senza moralismi. Il lavoro a tempo parziale resta uno strumento essenziale per conciliare esigenze familiari, salute, formazione e qualità della vita. Non tutto il part-time è dunque “potenziale perso”. Tuttavia, una parte di questo fenomeno solleva interrogativi economici concreti, soprattutto in un contesto in cui molte imprese faticano a trovare personale qualificato.
L’analisi stima che il volume di lavoro supplementare teoricamente disponibile equivalga a circa 86 mila posti a tempo pieno. Tradotto in termini economici, significherebbe circa 8 miliardi di franchi di salari lordi in più ogni anno, con un impatto rilevante anche sulle entrate fiscali e sui contributi sociali. In altre parole, mentre si discute di carenza di manodopera e di immigrazione, una parte della riserva di lavoro si troverebbe già all’interno del mercato occupazionale svizzero.
Per le imprese ticinesi, questa riflessione è particolarmente attuale. Anche in Ticino, infatti, la crescita dell’occupazione è sostenuta soprattutto dal tempo parziale, mentre gli equivalenti a tempo pieno restano sotto pressione. In un cantone confrontato con l’invecchiamento demografico, il pensionamento dei baby boomers e una cronica esigenza di competenze qualificate, il tema assume quindi una valenza molto concreta: trattenere esperienza, continuità professionale e know-how diventa una priorità sempre più strategica per il tessuto economico locale.
A livello più generale, il punto non è colpevolizzare chi sceglie di lavorare meno, ma interrogarsi su quali condizioni possano favorire un aumento volontario del grado d’occupazione. Incentivi fiscali più coerenti, minori disincentivi marginali e un’organizzazione del lavoro capace di valorizzare meglio le diverse fasi della vita professionale potrebbero contribuire a mobilitare una parte di questo potenziale.
La provocazione, insomma, è utile: forse il problema non è dove lo cerchiamo di solito. E forse, prima di attribuire ai giovani una presunta scarsa voglia di lavorare, conviene osservare meglio ciò che accade nel cuore stesso del nostro mercato del lavoro.

