Se un’azienda vuole capire come evolverà la disponibilità di competenze sul territorio, la scuola è uno degli indicatori più affidabili. Il rapporto Scuola ticinese in cifre 2025 del DECS- Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport, letto con occhio “industriale”, restituisce alcuni segnali chiave utili per la pianificazione del personale, per l’apprendistato e, più in generale, per la capacità del Cantone di rinnovare competenze e professionalità.
Il primo segnale è demografico: in vent’anni, gli iscritti alla scuola dell’infanzia sono passati da 8’192 a 7’875 e quelli della scuola elementare da 16’087 a 15’563. Non è un tema astratto: una coorte più piccola oggi tende a tradursi domani in un bacino più ristretto di apprendiste e apprendisti e, quindi, in una competizione più intensa tra settori e imprese per attrarre giovani motivati. In questo scenario, diventa ancora più importante presidiare con continuità la filiera scuola–orientamento–formazione, perché l’incontro tra giovani e mondo produttivo avviene sempre prima e si gioca anche sulla qualità delle informazioni disponibili.
Il secondo segnale riguarda le aspettative delle famiglie. La quota di allieve e allievi nelle scuole private cresce dal 5,7% al 7,4% (4’147 su 55’753 nel 2023/2024). È un dato ancora contenuto, ma indica una domanda più esigente in termini di qualità percepita, accompagnamento e personalizzazione dei percorsi. Per l’impresa, significa che l’attrattività non si gioca solo sul posto disponibile, ma anche su reputazione, chiarezza delle prospettive e capacità di raccontare in modo credibile cosa si impara davvero “facendo”.
Il terzo segnale è positivo e parla di esiti: il Ticino conferma un primato svizzero nella quota complessiva di attestati di maturità conseguiti entro i 25 anni (58,5%). Per l’industria è una buona notizia, perché rafforza la base di giovani con buone capacità di apprendimento e un potenziale di crescita verso ruoli tecnici avanzati e percorsi terziari. Allo stesso tempo, però, questo dato non elimina un tema che oggi molte aziende sperimentano quotidianamente: la carenza di apprendisti. È una difficoltà che attraversa trasversalmente praticamente tutti i settori e che rende più competitivo l’accesso ai giovani, soprattutto quando il bacino demografico si riduce e le scelte formative si frammentano.

In questo quadro, la formazione professionale resta un asset strategico: nel 2023/2024 gli allievi nelle scuole professionali di base sono 10’513, con una componente a tempo pieno pari a 3’905. È la conferma che questo canale rimane centrale. Ma è anche un promemoria: per continuare ad alimentare le competenze di cui ha bisogno l’economia reale, serve che la formazione professionale sia compresa e valorizzata, non solo praticata.
Ed è qui che emerge un punto spesso sottovalutato. Le imprese – in particolare quelle industriali – stanno già facendo molto: investono in formazione, accolgono apprendisti, mettono a disposizione tutor, costruiscono percorsi interni. La sfida, oggi, non è tanto “fare di più” individualmente, quanto parlare meglio insieme. In un contesto di carenza di apprendisti, una comunicazione comune e chiara verso ragazze e ragazzi e verso le famiglie diventa una leva concreta: spiegare con parole semplici che cosa significa un apprendistato oggi, quali competenze offre, quali sbocchi reali apre, quali passerelle esistono verso specializzazioni e percorsi terziari.
Quando scuola, orientamento e imprese utilizzano messaggi coerenti e un linguaggio condiviso, diventa più facile ridurre incertezze, superare stereotipi e valorizzare una scelta che per molte professioni tecniche rappresenta una via moderna e qualificante. In altre parole: se i numeri del rapporto aiutano a leggere la traiettoria del sistema, la risposta più efficace passa anche dalla capacità del territorio di raccontare, in modo unitario, il valore delle competenze e del “saper fare” che sostiene la competitività del Ticino.

