Per decenni la Svizzera ha costruito una parte importante della propria reputazione su alcuni concetti semplici: precisione, affidabilità, prudenza, capacità di prevedere i rischi. La famosa Swissness non riguardava soltanto orologi, banche o cioccolato. Era anche un modo di amministrare lo Stato. Oggi qualche crepa comincia però a essere visibile.
Il settore della difesa offre una concentrazione quasi sorprendente di esempi. Nell'acquisto degli aerei da combattimento F-35A, la Confederazione ha sostenuto a lungo l'esistenza di un prezzo fisso. Nel 2025 il Consiglio federale ha dovuto riconoscere che gli Stati Uniti non erano disposti a condividere questa interpretazione e che la Svizzera non poteva imporla. Nel 2026 Berna ha quindi deciso di mantenere il limite finanziario, rinunciando se necessario ad acquistare tutti i 36 velivoli inizialmente previsti.
Non va molto meglio con i droni da ricognizione Hermes 900, acquistati nel 2015.
Il Controllo federale delle finanze ha constatato ritardi considerevoli e rilevato che il sistema raggiungerà presumibilmente la piena conformità alle esigenze militari soltanto dal 2029. Per un Paese che ama considerarsi campione della pianificazione, non è propriamente un dettaglio.

Poi ci sono i Patriot. Gli Stati Uniti hanno modificato le priorità delle consegne per sostenere l'Ucraina e la Svizzera non dispone ancora di una pianificazione vincolante.
Il Dipartimento della difesa ha reagito sospendendo i pagamenti in attesa di certezze su tempi e costi. E infine RUAG, azienda interamente controllata dalla Confederazione: irregolarità, problemi di governance e una vigilanza che la Commissione della gestione del Consiglio degli Stati ha giudicato troppo poco critica.
Si potrebbe liquidare tutto come una sfortunata serie di problemi nel Dipartimento della difesa. Sarebbe troppo facile. La caduta di Credit Suisse nel 2023 aveva già mostrato qualcosa di simile: un'istituzione simbolo della piazza finanziaria svizzera era stata progressivamente indebolita da errori gestionali, carenze nella gestione dei rischi e scandali ricorrenti, fino a perdere la fiducia dei mercati.
Il problema, dunque, non è che la Svizzera commetta errori. Tutti i Paesi li commettono.
Il problema nasce quando un sistema abituato a considerarsi particolarmente affidabile rischia di accorgersi troppo tardi dei propri punti deboli.
Forse è questo il vero tramonto del “mito svizzero”: non la perdita delle nostre qualità, che rimangono considerevoli, ma la convinzione che esse siano garantite per sempre. Efficienza, competenza e credibilità non sono caratteristiche nazionali ereditarie. Devono essere conquistate ogni giorno. E soprattutto devono essere verificate, anche quando farlo significa mettere in discussione noi stessi. D’altra parte non possiamo dimenticare le prove di efficienza e chiarezza che la Confederazione elvetica ha saputo dare anche recentemente. La gestione degli aiuti durante la pandemia da Covid-19 ne sono un esempio.

