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Puntare sulle competenze umane

   
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“Sempre di più le macchine fanno il nostro lavoro. Perché questo non rende la manodopera superflua e le nostre abilità obsolete? Perché ci sono ancora così tanti lavori?”

David Autor nel suo intervento al TEDxCambridge 2016.

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L’ennesimo articolo che parla di come la tecnologia ha cambiato la nostra vita? Non proprio! Certo, quello rimane il leitmotiv dei nostri tempi: il progresso ha portato con sé tanti vantaggi ma altrettanti punti di domanda.

Primo fra tutti, IL quesito: data la grande automatizzazione e digitalizzazione, che ne sarà del lavoro umano? A pensarci bene questa domanda ce poniamo da un po’. Per esempio già quando l’avanzamento tecnologico ha permesso di aumentare la produttività agricola facendo molta meno leva sul lavoro umano. Una grande conquista che però ha determinato la scomparsa di alcuni lavori.

Per anni abbiamo studiato metodi per rimpiazzare il lavoro manuale con le macchine, cosa che ha permesso di migliorare sempre di più la produzione ed evitare errori dati dall'imprecisione umana. In termini di produttività l’essere umano è diventato inefficiente, se non obsoleto. Autolesionismo? Ci siamo tirati la zappa sui piedi? No, anzi il tutto è stato fatto anche con lo scopo di evitare le fatiche (fisiche si intende) che i lavori del primario implicano, aumentando quindi la qualità della vita delle persone.

L’arrivo dei macchinari e della digitalizzazione ci ha obbligati a ritrovare il nostro posto nel mondo, reinventarci, puntare su altre qualità. Infatti stando a quanto emerge da una recente pubblicazione dell’Ufficio Federale di Statistica, l’introduzione di strumenti digitali nelle imprese ha cambiato la natura del lavoro dei collaboratori.

Il progresso che abbiamo vissuto, e che tuttora continua a trasformare le nostre attività, ha fatto sì che altre abilità di natura umana guadagnassero più valore, quali la creatività, le competenze analitiche e la capacità di giudizio e di affrontare e risolvere problemi (problem-solving skills). Si tratta di facoltà che secondo uno studio dell’Università di Zurigo (UZH) fanno parte delle occupazioni cognitive, in poche parole di quei lavori che richiedono l’utilizzo del cervello piuttosto che dei muscoli. Il mercato del lavoro oggi più che mai è alla continua ricerca di competenze umane e sociali, vale a dire di persone empatiche, comunicative e in grado di riconoscere le emozioni.

Un’inversione di tendenza che ha avuto un impatto anche nelle questioni di gender: sono infatti le donne ad averne tratto un maggiore vantaggio in quanto a parità di competenze tecniche, le qualità intrinseche del gentil sesso hanno favorito il loro impiego nelle occupazioni cognitive.

Stereotipo? Verità? Entrambi? Sta di fatto che proprio le qualità comunemente chiamate soft skill sembrano essere prettamente femminili, o per lo meno percepite come tali da parte degli head hunter.

Il progresso tecnologico ha quindi eliminato determinate professioni, come afferma, tra i tanti, un altro studio dell’UZH “in tempi recenti, le perdite di posti di lavoro si sono estese ai lavori di produzione e di alcuni servizi: i computer oggi eseguono molti compiti routinari che davano lavoro a migliaia di persone, da operatori telefonici a segretari”. Allo stesso tempo si sono create nuove tipologie di occupazioni che anni fa non potevamo immaginare.

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La domanda non è cosa andremo a fare, ma chi lo farà. Infatti secondo David Autor non c’è motivo di preoccuparsi per la scomparsa del lavoro umano, piuttosto bisogna fare attenzione alla polarizzazione occupazionale. Nel mercato del lavoro si sta creando una spaccatura, per la quale da un lato si ritrovano le nuove professioni, ben pagate e che richiedono una buona educazione; dall’altro lato ci sono invece i lavori poco qualificati, che non richiedono particolari titoli. Indovinate chi c’è nel mezzo? La classe media. A rischio sono infatti tutte le professioni mediamente pagate che rientrano “nell’ambito produttivo e operativo nelle fabbriche e quello delle vendite e impiegatizio negli uffici”. In questi lavori i compiti svolti dalle persone sono facilmente programmabili ed eseguibili da macchinari o computer.

La risposta a tale fenomeno non sta nella resistenza al cambiamento, bensì nella ricerca di soluzioni per accompagnarlo. A gran voce, i maggiori ricercatori ma anche grandi imprese e multinazionali affermano che ciò che dovrebbe essere valorizzato è l’investimento nell’educazione: affiancare lo sviluppo delle competenze sociali e interpersonali all’insegnamento di quelle tecniche/tecnologiche.

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