Nel dibattito economico si guarda spesso alle grandi imprese come al principale motore della competitività. Un recente studio sulle PMI svizzere, realizzato da OBT AG, società svizzera di consulenza attiva nei settori fiduciario, revisione, fiscalità, diritto, HR e soluzioni IT, in collaborazione con l’Istituto svizzero per le PMI e l’imprenditorialità dell’Università di San Gallo, invita però a cambiare prospettiva: in Svizzera il 99,7% delle aziende è una PMI e le microimprese con meno di dieci collaboratori rappresentano l’89,8% del totale. In termini occupazionali, circa due terzi degli addetti, misurati in equivalenti a tempo pieno, lavorano in PMI. I dati si basano sui valori provvisori STATENT 2023 dell’Ufficio federale di statistica.
Per il Canton Ticino il messaggio è particolarmente significativo. Lo studio rileva 35’796 imprese: il 91,4% sono microimprese, il 7,3% piccole imprese, l’1,1% medie imprese e solo lo 0,2% grandi imprese. Se si guarda agli occupati in equivalenti a tempo pieno, le PMI ticinesi concentrano l’81,2% del totale: 33,0% nelle microimprese, 26,4% nelle piccole e 21,8% nelle medie.
Il dato assume un peso ancora maggiore per il settore industriale. Secondo lo studio, in Ticino il 79% degli occupati in equivalenti a tempo pieno nell’industria lavora in PMI. Questo significa che la capacità produttiva del Cantone non dipende soltanto da pochi grandi attori, ma da un tessuto diffuso di aziende specializzate, spesso familiari, radicate nel territorio e inserite in catene del valore più ampie.
La lettura per le imprese industriali ticinesi è chiara: la piccola dimensione non può essere vissuta come una condizione da subire. Deve diventare una leva strategica. In un settore nel quale macchinari, automazione, qualità, certificazioni e competenze tecniche richiedono investimenti continui, la competitività passa dalla capacità di collaborare, aggregare competenze e presidiare nicchie ad alto valore aggiunto. Non tutte le imprese devono diventare grandi, ma tutte devono diventare più strutturate.

Lo studio mostra anche una differenza importante all’interno del secondo settore. A livello svizzero, le imprese industriali, considerate al netto del comparto costruzioni, hanno una dimensione media superiore rispetto alle imprese edili: circa 17 addetti contro quasi 7. Inoltre, nelle imprese industriali il 43,4% degli occupati lavora in aziende con almeno 250 collaboratori, contro il 12,7% del comparto costruzioni.
Per le PMI industriali ticinesi questo dato non va letto come una debolezza, ma come un’indicazione strategica. Chi resta piccolo deve compensare con specializzazione, rapidità decisionale, affidabilità produttiva e capacità di inserirsi stabilmente nelle filiere di clienti più grandi. La dimensione ridotta può diventare un vantaggio competitivo se consente maggiore flessibilità, prossimità al cliente e capacità di adattamento.
Per il Ticino, quindi, la priorità non è semplicemente “aprire” le imprese ai mercati esterni: molte aziende industriali esportano già una quota molto significativa della propria produzione, in alcuni comparti fino a tre quarti. La sfida è piuttosto rafforzare la capacità di competere su quei mercati: aumentare la produttività, presidiare meglio le filiere internazionali, investire in competenze tecniche e trasformare la specializzazione industriale in un vantaggio stabile.
Il messaggio dello studio, letto con gli occhi dell’industria ticinese, è positivo ma esigente. Il Cantone dispone di un tessuto imprenditoriale ampio, capillare e fortemente basato sulle PMI. La sfida non è cambiare natura a questo modello, ma renderlo più robusto: meno dipendente dal singolo imprenditore, più capace di investire, collaborare e scalare competenze. Anche le PMI possono contare molto, a condizione di fare della propria struttura snella una scelta imprenditoriale consapevole, non un vincolo operativo.

