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Più immigrazione e più disoccupazione: davvero c’è un legame diretto?

   
AITI
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Un’analisi di Patrick Chuard-Keller pubblicata il 16 marzo 2026 sul sito dell’Unione Svizzera degli imprenditori aiuta a leggere con maggiore precisione un tema spesso affrontato in modo troppo semplificato. Nel quarto trimestre 2025 in Svizzera si contavano circa 256’000 persone senza lavoro, vale a dire 31’000 in più rispetto a un anno prima, con un tasso di disoccupazione salito al 5,0%. Nello stesso tempo, secondo i dati richiamati nell’articolo sulla base della statistica annuale della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), nel 2025 la migrazione netta è stata di circa 74’675 persone.

Letti così, questi numeri sembrano suggerire una conclusione immediata: più immigrazione significa meno lavoro per chi è già presente sul territorio. È una lettura intuitiva, ma il mercato del lavoro funziona in modo molto più complesso.

Il punto centrale non è soltanto quanti lavoratori ci sono, ma quali competenze portano e quanto queste corrispondono ai profili richiesti dalle imprese. Le aziende, infatti, non cercano genericamente “personale”, ma figure professionali precise: tecnici, operatori qualificati, specialisti, professionisti della cura, addetti con esperienza e formazione mirata. Per questo motivo, chi perde un lavoro in un settore non può automaticamente occupare una posizione vacante in un altro ambito.

Ed è proprio qui che il dibattito pubblico rischia spesso di semplificare troppo. L’analisi mostra infatti che l’aumento della disoccupazione tra i residenti e la crescita dell’occupazione dei lavoratori immigrati non si concentrano negli stessi gruppi professionali. In altre parole, non emerge un chiaro effetto di sostituzione diretta. Dove cresce la domanda di lavoratori stranieri, spesso non aumenta la disoccupazione locale; e dove la disoccupazione sale, non necessariamente si registra una forte immigrazione negli stessi profili.

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Questo elemento è decisivo, perché sposta l’attenzione dalla quantità alla qualità del matching tra domanda e offerta di lavoro. Non basta dire che “ci sono persone in cerca di impiego”: bisogna capire se quelle persone dispongono davvero delle competenze richieste da un determinato ruolo.

Si potrebbe obiettare che chi è senza lavoro dovrebbe semplicemente spostarsi verso i settori che cercano personale. In teoria è possibile. Nella pratica, però, i cambiamenti professionali richiedono tempo, investimenti e percorsi di riqualificazione che non sempre sono immediati né economicamente efficienti. Le competenze maturate in anni di esperienza costituiscono un capitale prezioso, ma spesso sono specifiche di un mestiere o di un comparto.

Anche dal punto di vista delle imprese, il tema è molto concreto. Quando un posto resta vacante troppo a lungo, si creano ritardi, colli di bottiglia, minore capacità produttiva e perdita di valore economico. In un Paese piccolo e altamente specializzato come la Svizzera, poter accedere rapidamente a competenze adeguate, anche oltre i confini nazionali, diventa quindi un fattore importante di continuità e competitività.

Questo non significa ignorare il problema della disoccupazione, che resta serio e richiede risposte efficaci. Significa però evitare spiegazioni automatiche. Attribuire in modo diretto l’aumento dei senza lavoro all’immigrazione rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno molto più articolato.

Più utile, invece, è investire su ciò che può migliorare davvero il funzionamento del mercato del lavoro: formazione professionale, aggiornamento delle competenze, orientamento, strumenti efficaci di incontro tra domanda e offerta. Perché il tema, alla fine, non è solo quanti lavoratori sono disponibili, ma quanto bene le loro competenze rispondono ai bisogni reali dell’economia.

 

Fonte: Patrick Chuard-Keller, “Più immigrati, più disoccupati – come è possibile?” - Unione Svizzera degli imprenditori, 16 marzo 2026.

 

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