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Pandemia e accordi bilaterali Svizzera-UE

   
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Da vent’anni gli accordi bilaterali fra la Svizzera e l’Unione europea fanno parte dell’agenda politica elvetica. Il 21 maggio del 2000 il popolo svizzero approvò il primo pacchetto di accordi bilaterali. A quel tempo l’Unione europea era costituita di 15 paesi membri e l’economia svizzera veniva da un decennio estremamente difficile, dove vennero perse molte decine di migliaia di posti di lavoro. L’Unione europea era di gran lunga – e lo è ancora oggi – il principale mercato di riferimento dei beni e servizi prodotti nel nostro paese.

Pandemia e accordi bilaterali Svizzera-UE

Gli accordi bilaterali hanno senz’altro contribuito ad aumentare la competitività dell’economia svizzera e di quella ticinese. Sono arrivati nel nostro paese molti investitori e personale specializzato che hanno sviluppato diverse attività. Parimenti, la qualità della produzione elvetica grazie anche a un grado di innovazione elevato ha trovato sbocchi ancor più ampi non solo nell’UE ma anche al di fuori di essa. Sono stati creati molti posti di lavoro, parte dei quali naturalmente sono andati a persone non residenti. Ma senza le nuove attività o la crescita di quelle esistenti non sarebbero stati creati certamente migliaia di posti di lavoro anche per le persone residenti.In vista della votazione federale del 27 settembre sull’iniziativa cosiddetta per la limitazione, crediamo che i cittadini debbano porsi essenzialmente due quesiti.

Il primo, pur con tutte le debolezze e le problematiche insite in particolare nell’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone, vale la pena in un momento d’incertezza come quella attuale a seguito della pandemia, momento destinato in realtà a durare diverso tempo e a provocare cambiamenti strutturali, mettere in discussione le nostre relazioni con l’UE e parimenti mettere probabilmente a rischio i posti di lavoro?

Secondo, d’accordo, supponiamo di disdire gli accordi bilaterali come chiede l’iniziativa popolare in votazione, ma per fare che cosa? Qual è l’alternativa se non quella di chiedere all’UE di sedersi nuovamente con noi e trattare per definire nuovi accordi bilaterali? Non sarebbe forse meglio tenerci quello che abbiamo e lavorare per migliorarlo, non buttare quindi via tutto nell’illusione che si possa sicuramente fare meglio iniziando da zero?

Accordi bilaterali Svizzera-UE_trattative

Gli accordi bilaterali hanno creato opportunità ma hanno pure generato qualche problema, o per meglio dire, se consideriamo la situazione del cantone Ticino, la crescita del numero dei lavoratori frontalieri è stata indotta prima di tutto dalle difficoltà dell’economia del nord Italia che ha portato molte persone a cercare fortuna e posti di lavoro da noi, più che dalla libera circolazione delle persone in sè. Non si creda pertanto che ripristinando ad esempio un sistema di contingenti della manodopera europea ventimila lavoratori frontalieri e più se ne tornerebbero in Italia.

Siamo di fronte a una nuova fase dell’economia, vi saranno cambiamenti strutturali nel modo di lavorare e di produrre. Dovremo affrontare le incertezze della congiuntura per lungo tempo ancora e la necessità di garantire il finanziamento futuro delle nostre pensioni. Non è auspicabile forse lo scenario di una Svizzera di dieci milioni di abitanti ma già oggi vediamo che il numero degli stranieri che viene a vivere e lavorare nel nostro paese è in chiara diminuzione. In questo momento però, lo ribadiamo, non appare saggio rimettere in discussione i nostri accordi con l’Europa. Dobbiamo invece sistemare quelle regole e situazioni con l’Unione europea che riteniamo non più soddisfacenti. Costi quel che costi.

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