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Memoria o spazio su disco insufficiente. Tutti i dati verranno persi

   
AITI
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Un giorno, vicino o lontano, le tecnologie e i prodotti che vengono sviluppati nei più segreti centri di ricerca del pianeta saranno commercializzati ed entreranno anche nelle nostre case. Chissà, un giorno potremo essere teletrasportati virtualmente dall’altra parte del mondo e percepire la stretta di mano o l’abbraccio del nostro interlocutore pur trovandoci a migliaia di chilometri di distanza. Che si tratti di un’evoluzione positiva o negativa non spetta a noi stabilirlo bensì alla sensibilità di ciascuno che valuterà in base al proprio vissuto e alle proprie aspettative.

Scientific American, in collaborazione con il World Economic Forum, ha valutato le tecnologie emergenti maggiormente promettenti e le ha classificate in una top 10 sulla base di numerosi parametri. In questa Top 10 troviamo il metodo di stoccaggio di dati del futuro: il DNA.

Secondo Domo, un’azienda specializzata in cloud software, ogni minuto nel 2018 sono state effettuate 3.88 milioni di ricerche su Google, sono stati guardati 4.33 milioni di video su YouTube, sono state inviate 159,362,760 e-mail e pubblicate 49'000 foto su Instagram. Negli ultimi due anni l’essere umano ha creato più dati che in tutta la storia dell’umanità e nel 2020 si prevede la creazione di 418 zettabytes a livello globale (1 zettabyte = 1'000'000'000 terabyte). Di questo passo, non sarà più possibile continuare a ricorrere agli strumenti tradizionali di stoccaggio (hard-disk, schede di memoria, cloud…). Un problema? O un’opportunità? Nel 2012 all’Università di Harvard, George Church e Sri Kosuri, un genetista e un bioingegnere, sono riusciti a inserire 700 terabyte di dati (paragonabili a 14’000 dischi Blu-ray da 50 GB) in un grammo di DNA, trattando quest’ultimo come un vero e proprio dispositivo di memoria digitale. Il processo, molto semplificato, prevede la conversione dell’informazione binaria contenuta nei dati digitali (0 e 1) nell’informazione quaternaria contenuta nel DNA rappresentata dalle sue basi nucleotidiche (A, T, G e C). I dati possono essere immagazzinati nella sequenza di queste lettere, rendendo il DNA una nuova forma di tecnologia dell’informazione, più duratura (fino a decine di migliaia di anni) ed efficiente in termini di consumo di energia e di spazio fisico. A questo proposito, si stima che i dati prodotti in tutto il mondo in un anno potrebbero essere archiviati in un “cubo di DNA” di appena un metro per lato. Dal 2012 sono stati fatti diversi passi avanti nella ricerca e soprattutto nella sua applicazione pratica. Nel 2017, il gruppo di Church è riuscito a salvare i dati dell’immagine di una mano umana nel genoma dell’E. coli; una volta riconvertiti, i dati sono stati letti con un’accuratezza superiore al 90%.

Il lavoro condotto dall’Università di Harvard ha fatto da apripista a ulteriori ricerche e approfondimenti. Uno studio svolto da Dina Zielinski (New York Genome Center) e Yaniv Erlic (Columbia University) ha permesso di individuare un algoritmo che permette una conversione dei dati completa e priva di errori al 100%. Non da ultima, Microsoft ha instaurato una partnership con l’Università di Washington e Twist Bioscience, una start up che utilizza DNA sintetico per immagazzinare dati digitali. Lo scopo di questa unione di forze? Superare gli ostacoli che impediscono di rendere disponibile al pubblico questa nuova tecnologia. I costi per salvare i dati sul DNA sono infatti tuttora proibitivi e la velocità di scrittura e lettura è inferiore rispetto ai sistemi tradizionali a cui siamo abituati. Ci riusciranno? Visti i progressi che sono stati fatti, probabilmente si. Siete pronti a passare dal formato .jpg al .dna?

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