La penuria di personale non è più una difficoltà passeggera, legata a una fase economica particolare, né un problema che riguarda soltanto alcuni settori. Il nuovo sondaggio del KOF, l’Istituto congiunturale del Politecnico federale di Zurigo, fotografa una realtà ormai chiara: in Svizzera la questione sta diventando strutturale e ha una radice precisa, il cambiamento demografico. Il progressivo pensionamento della generazione del baby boom rischia infatti di lasciare un vuoto che il normale ricambio non sarà sufficiente a colmare.
I numeri raccolti dal KOF sono eloquenti. Per l’87% degli economisti interpellati, il principale fattore alla base della futura scarsità di manodopera è proprio la demografia. Seguono il disallineamento tra competenze richieste e competenze disponibili, indicato dal 63% dei partecipanti, e l’accesso insufficiente alla manodopera estera, citato dal 43%. Nel comunicato si richiama anche una recente analisi della Banca nazionale svizzera secondo cui, senza immigrazione e con un tasso di attività invariato, nei prossimi dieci anni potrebbero uscire dal mercato del lavoro circa 400.000 persone in più rispetto ai giovani che vi entreranno.
Il punto, quindi, non è soltanto quanti lavoratori mancheranno, ma anche con quali competenze e con quale capacità il sistema economico saprà attrarli. Su questo aspetto il sondaggio offre un’indicazione chiara: quasi tre quarti degli economisti ritengono che l’immigrazione contribuisca ad attenuare la penuria strutturale di manodopera. Allo stesso tempo, sul fronte delle risposte politiche, emerge un consenso ampio sulla necessità di aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, favorire la permanenza più lunga delle persone anziane in attività e rafforzare la formazione continua. E per quanto riguarda le imprese, il messaggio è altrettanto netto: servono condizioni di lavoro migliori e salari reali più elevati.

Per il Ticino, tutto questo assume un peso ancora maggiore. In un Cantone in cui l’industria resta un pilastro della competitività, dell’export e dell’innovazione, la disponibilità di profili tecnici e qualificati è una condizione essenziale per sostenere crescita e investimenti. Ma qui la pressione non arriva solo dalla demografia o dal mismatch di competenze. Si aggiunge anche il nuovo accordo fiscale tra Svizzera e Italia sui lavoratori frontalieri, che riduce il vantaggio economico percepito del lavoro oltreconfine e che, di conseguenza, rende più difficile per una parte delle imprese ticinesi restare attrattive come in passato.
Per questo sarebbe sbagliato pensare che la risposta debba arrivare soltanto dalle aziende. Le imprese fanno già la loro parte, ma una sfida di questa portata chiama in causa anche la politica cantonale. Servono misure coerenti su formazione tecnica, aggiornamento professionale, conciliazione tra lavoro e famiglia, attrattività del territorio e condizioni quadro favorevoli all’occupazione. La questione della manodopera, oggi, non è più soltanto un tema aziendale: è una vera sfida di politica economica e industriale. E riguarda direttamente il futuro competitivo del Ticino.

