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L’innovazione riguarda anche le PMI

   
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Nell’ultimo decennio, il racconto dominante sull’innovazione si è spesso concentrato su casi “da copertina”: startup disruptive, unicorni tecnologici, scale-up che rivoluzionano interi mercati. Una narrazione importata dal modello statunitense e adottata anche in Europa che, pur ispirando, ha talvolta lasciato ai margini le esigenze più concrete delle piccole e medie imprese, realtà che costituiscono l’ossatura economica del nostro territorio.

Eppure, proprio le PMI sono portatrici di un’innovazione silenziosa, spesso meno visibile ma non per questo meno strategica. Un’innovazione che parte dall’ascolto del cliente, dalla conoscenza dei processi interni, dalla volontà di migliorare ciò che già funziona, e che può diventare leva di competitività tanto quanto le rivoluzioni dirompenti delle startup tech.


Quali forme può assumere l’innovazione nelle imprese?

L’innovazione può essere incrementale, affinando ciò che già esiste: un prodotto migliorato, un processo reso più efficiente, un servizio più vicino ai bisogni del mercato. È la forma più diffusa nelle PMI, e anche la più sostenibile in termini di tempo, risorse finanziarie e gestione del rischio.

Al tempo stesso, vi è l’innovazione di processo, che agisce sul modo di lavorare: digitalizzazione, automazione, revisione dei flussi interni. Questo tipo di innovazione spesso non fa notizia, ma aumenta la produttività, riduce gli errori e libera risorse (soprattutto umane) per attività di maggior valore. 

Le innovazioni di prodotto o di servizio introducono, invece, novità reali per l’azienda o, in alcuni casi, per il mercato. Richiedono investimenti maggiori e una visione più chiara delle opportunità, ma possono aprire nuovi segmenti e generare vantaggi competitivi solidi.

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Altre ancora sono più profonde, come l’innovazione del modello di business: cambiare il modo in cui si genera valore, ripensare le logiche commerciali, sperimentare nuove formule di relazione con i clienti o i partner. Una sfida che oggi riguarda sempre più imprese, anche nel settore manifatturiero tradizionale.

Infine, è necessario evidenziare che l’innovazione radicale, spesso associata alle startup, non è preclusa alle PMI. Si tratta dell’innovazione quella che rompe gli schemi e crea nuovi mercati. Ambiziosa, richiede apertura culturale, collaborazione con altri attori e accesso a risorse di lungo periodo.

Per le PMI ticinesi, scegliere tra queste strade non è mai semplice. Spesso l’ostacolo non è la mancanza di idee, ma la difficoltà di reperire le risorse adeguate per implementarle, come orientarsi tra le opportunità disponibili e con chi collaborare.

Innovare, in fondo, non significa sempre creare qualcosa che non c’è. Significa, spesso, far funzionare meglio ciò che già esiste. Il nostro tessuto industriale è, da sempre, un maestro silenzioso di innovazione concreta.

Per accompagnare le PMI in percorsi di innovazione sostenibili, è necessario che l’intero ecosistema – istituzioni, enti di supporto, associazioni di categoria, accademia, fornitori di tecnologia – lavori in modo coordinato. Serve una visione condivisa, che valorizzi anche l’innovazione “non dirompente”: quella che non fa notizia, ma genera occupazione, migliora la competitività e rafforza il tessuto industriale locale.

In questo contesto, la collaborazione tra attori pubblici e privati diventa essenziale per offrire strumenti semplici, accessibili e coerenti con la realtà delle imprese. Promuovere la cultura dell’innovazione significa anche riconoscere le diverse velocità e i diversi punti di partenza, accompagnando ogni impresa nel suo percorso, con rispetto e concretezza.

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