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L’accesso alla nuova ricchezza

   
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Daniel Pennac ha rappresentato il nuovo terreno dello scontro sociale contemporaneo: non più la lotta per il pane, per la terra o per il denaro, ma il conflitto attorno alla formazione e al pensiero critico. Una rivoluzione per certi versi difficile da comprendere e complessa da gestire nelle sue dinamiche.

Per secoli, il conflitto sociale si è giocato su beni concreti e visibili: la terra, il salario, la ricchezza. Le persone sapevano cosa mancava e, soprattutto, lo avevano davanti ai propri occhi: i campi e il denaro erano di altri, il pane scarso, il lavoro sottopagato. Il desiderio era chiaro, immediato, condiviso. Oggi, quel conflitto si è spostato. Il nuovo privilegio non è più economico: è cognitivo.

A dirlo è Daniel Pennac che, in un’intervista del marzo 2025, interpreta il successo degli orientamenti politici populisti, in particolare parlando dell’ascesa di Trump, come il risultato di un fallimento del sistema educativo. La storia recente non è, secondo Pennac, il risultato di un incidente, ma il segno dell'inevitabile deriva di una società in cui una parte consistente della popolazione non ha accesso a idonei strumenti di comprensione, ed è priva delle competenze necessarie per orientarsi in un mondo complesso.

Secondo Pennac, il leader “intuitivo” ha successo proprio perché si propone come rappresentante di chi non possiede strumenti concettuali strutturati. Egli "pone una mano sul capo" di coloro che non possiedono competenze specifiche sul piano del pensiero, proponendosi come una persona senza sovrastrutture intellettuali, che tuttavia ha successo.

Con un’inversione determinante nelle dinamiche, inoltre, in questo processo il sapere non viene presentato a chi non lo possiede come un bene desiderabile, ma come un’arma dell’avversario. Non come una mancanza da colmare, ma come un privilegio sospetto, contro cui rivoltarsi; un potere da abbattere. Per questo se, nelle rivoluzioni del passato, la gente comune aspirava a ciò che non aveva, in quella attuale si rivolta proprio contro ciò di cui avrebbe più bisogno. Il “potere de-intellettualizzato” contemporaneo non si limita a promettere risposte semplici: legittima l’ostilità verso chi pensa, verso chi argomenta, verso chi distingue. Trasforma l’ignoranza in identità, la semplificazione in virtù, ma soprattutto: la conoscenza in un nemico.

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Se questa è la nuova frattura sociale, allora la risposta non può essere nostalgica né moralistica. Occorre riconoscere e affrontare sistematicamente il fatto che mai come ora la formazione è un’infrastruttura democratica essenziale, al pari del lavoro e del welfare. E che dare ai cittadini e ai lavoratori strumenti di pensiero critico non è un’operazione da lasciare in secondo piano, ma progetto centrale in una strategia di vera e propria stabilizzazione politica, economica e sociale.

Da questo punto di vista, la Svizzera rappresenta un caso particolarmente interessante. La sua tradizione formativa ha riconosciuto piena dignità alla formazione professionale, rendendola una via reale di accesso alla formazione superiore. Una scelta culturale profonda, che ha integrato e ricomposto nei decenni la separazione precoce tra chi “pensa” e chi “fa”. Anche obiettivi strategici come quello di portare il 95% della popolazione ad almeno un titolo di livello secondario superiore vanno letti in questa chiave: non come statistiche, ma come anticorpi civili.

Questa responsabilità è inoltre già ben chiara anche a chi opera nel contesto produttivo. Le sfide di un’economia sempre più complessa e interdipendente hanno già reso evidente che la formazione non può più essere pensata come un momento iniziale, che precede il lavoro, ma come un processo continuo, che accompagna le persone lungo tutto l’arco della vita professionale per permettere alle organizzazioni di affrontare la sfida della competitività.

Così come per ogni singola impresa e per ogni organizzazione economica, anche per la società nel suo insieme il vero obiettivo strategico diventa la “gestione della conoscenza”.

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