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Industria 4.0: più o meno posti di lavoro?

   
AITI

Secondo i più disfattisti, l’industria 4.0 causerà migliaia di disoccupati il cui posto sarà occupato da una qualche non specificata macchina. Dall’altra parte c’è chi è pronto a giurare che il numero di impieghi non diminuirà e che, come se non bastasse, la qualità di questi sarà perfino superiore a quella attuale. Si tratta di un argomento affascinante e al tempo stesso complesso, non solo per il mondo industriale ma per tutta la società che si affaccia alla quarta rivoluzione industriale: la cosiddetta industria 4.0. L’importanza dell’argomento è testimoniata dal fatto che questo sia stato il tema centrale dell’ultimo World Economic Forum di Davos.

Come tutte queste rivoluzioni, gli effetti sono difficili da prevedere; dopo quelle del 1784 con la nascita della macchina a vapore, quella del 1870 con produzioni e consumi di massa attraverso l’uso sempre più diffuso dell’elettricità e quella del 1970 con la nascita dell’informatica ecco che la nostra società è pronta per confrontarsi con un nuovo stravolgimento di una situazione che sembrava in continuo sviluppo ma, per certi versi, consolidata. Il tema principale, in occasione del WEF, è stato così introdotto: “Stiamo entrando in una quarta Rivoluzione industriale plasmata da tecnologie avanzate dove il mondo digitale e quello fisico-biologico si combinano per creare innovazioni a velocità e scala senza pari nella storia umana”.

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Ma di cosa si tratta? Con “industria 4.0” si intende un modello di produzione e gestione aziendale. I principali elementi che caratterizzano questo modello sono la connessione tra sistemi fisici e digitali, le analisi complesse attraverso Big Data e gli adattamenti real-time». Detto più semplicemente, si utilizzeranno macchinari connessi al Web, saranno effettuate analisi di informazioni provenienti dalla rete e sarà possibile gestire in maniera flessibile il ciclo produttivo.

Ma veniamo ad una delle questioni più sentite: i posti di lavoro aumenteranno o diminuiranno? Premesso che nessuno di noi ha una sfera di cristallo, secondo una ormai celebre stima del WEF, saranno circa 5 milioni i posti di lavoro cancellati dalla digitalizzazione. A farne da controaltare ci saranno però delle nuove professioni che saranno create in numero verosimilmente proporzionale alla diffusione di dispositivi connessi alla rete e capaci di raccogliere dati (si stima in circa 50 miliardi di unità entro il 2020). Prendendo un esempio geograficamente vicino a noi, un’indagine di The European House-Ambrosetti prevede che in Italia ci saranno 135mila posti vacanti nell’Ict entro il 2020 (oltre il 300% in più rispetto ai 33mila del 2015, anche se non è detto che rientrino tutti nel perimetro della impresa 4.0). Per quanto riguarda le singole professioni, si registrano già oggi nuove figure legate all’industria tecnologica. Anche in ambito manageriale si assiste alla nascita delle prime nuove professioni quali, per esempio, il Chief internet of things officer (un manager con supervisione sull’impiego dell’Iot in azienda) e il Iot Business designer (responsabile dello sviluppo di strategie che includono i dispositivi connessi). Attualmente però, il grosso della domanda di lavoro si concentra su ruoli quali analisti del business digitale, esperti di cybersicurezza, hardware engineer e soprattutto sviluppatori, capitale prezioso quando si tratta di riconvertire aziende esistenti secondo i canoni del digitale e dell’industria connessa.

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Insomma, pur essendo difficile fare previsioni, la sensazione è che continueranno ad esserci posizioni lavorative per tutti; sarà però fondamentale disporre di professionisti e lavoratori capaci di muoversi all’interno dei nuovi sistemi. Persone quindi formate e che avranno la curiosità e la voglia per rimanere al passo con i rapidi cambiamenti che la quarta rivoluzione industriale ci porterà.

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