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L’illusione che il salario minimo risolva tutto

   
AITI

Mentre in Ticino si sta discutendo da fin troppo tempo su come applicare il salario minimo cantonale votato a maggioranza dal popolo nel 2015, in Italia è al centro dell’attuale dibattito politico, dove tuttavia le principali forze sindacali si dichiarano dubbiose se non addirittura contrarie. Da un lato il timore è probabilmente corporativo, ossia quello di perdere potere nella contrattazione collettiva. Dall'altro lato i dubbi concernono invece l’efficacia stessa del salario minimo.

 

Situazioni differenziate da paese a paese

La Costituzione italiana, abbastanza analogamente a quello che prevede la nostra Costituzione cantonale, allart. 36 stabilisce che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Il salario minimo esiste in 22 paesi europei, con importi piuttosto differenziati. Si passa dai 2,65 euro dell’Ungheria ai 3,10 della repubblica Ceca, fino ai 6,09 della Spagna, i 10,03 della Francia e i 9,19 della Germania. In Italia il ministro Di Maio ha proposto 9 euro. I paesi del nord Europa non conoscono lo strumento del salario minimo, anche perché lì la contrattazione collettiva è generalizzata.

 

Una risposta insufficiente

La fissazione del livello minimo salariale è questione delicata dal punto di vista degli effetti, come testimoniano numerosi esempi. Il rischio di sbagliare e favorire il lavoro nero o l’espulsione dal mercato del lavoro dei lavoratori meno qualificati, le donne e i giovani è ben presente. Anche in Ticino negli anni recenti si è osservato in un ramo specifico d’attività che la fissazione di un salario minimo obbligatorio nel contratto normale di lavoro ha comportato un appiattimento delle retribuzioni, con una compressione delle retribuzioni maggiori verso il centro della scala salariale. Questo perché le aziende giocoforza devono considerare l’intera massa salariale, che non è una variabile a sé bensì un fattore di competitività unitamente a diversi altri.

 

Produttività

 

Salari e produttività

Gli studi di riferimento indicano che migliorare la dinamica dei bassi redditi da lavoro attraverso il salario minimo è illusorio. Bisogna invece perseguire un costante ammodernamento del mercato del lavoro incoraggiando la creazione di maggiori opportunità d’impiego. Se la produttività tende a essere più alta nelle imprese in cui la forza lavoro ha maggiori competenze e abilità, sfociando poi in retribuzioni migliori, occorre agire con maggiore forza sulla formazione e sul rinnovamento tecnologico delle imprese.

D’altra parte, se consideriamo che la tendenza delle aziende a maggior valore aggiunto di pagare salari più elevati presenta anche andamenti decrescenti, ciò significa che le politiche salariali possono avere avuto un andamento meno legato a quello della produttività. Ciò chiama in causa anche la qualità della discussione e della contrattazione fra le parti sociali. Una certa tendenza delle imprese con maggiori risorse a premiare in maniera più prudente i propri collaboratori risponde probabilmente sia a fattori dinamici di andamento delle imprese stesse, sia a restrizioni a livello legislativo e contrattuale sulle retribuzioni. In altre parole, un contesto di relazioni industriali più dinamico e flessibile limiterebbe lo scostamento tra politiche salariali dell’impresa e produttività. Se le imprese hanno più margine per correggere i salari se la produttività è inferiore alle attese, le stesse imprese sarebbero meno prudenti nel premiare il risultato del lavoro e nel creare posti di lavoro.

Peccato che in Ticino, a quattro anni dalla decisione popolare sul salario minimo, il dibattito politico non abbia toccano nemmeno minimamente i meccanismi di determinazione delle retribuzioni e la necessità di ammodernare sia la formazione sia la discussione e contrattazione fra le parti sociali.

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