Recentemente la Camera dei deputati italiana ha approvato un disegno di legge che rende possibile il ritorno dell’Italia all’energia nucleare, vettore energetico dismesso dopo la tragedia di Chernobyl.
L'approvazione – che non è in contrasto con i risultati dei referendum abrogativi in materia nucleare del 1987 e del 2011 – si inserisce in un contesto europeo caratterizzato da una maggiore apertura finalizzata a sostenere gli investimenti necessari per affrontare le sfide legate alla sicurezza energetica e alla transizione sostenibile. L’Italia non è però l’unico paese nel quale un rinnovato interesse per l’energia nucleare si associa al dilemma di produrre più energia per soddisfare i consumi crescenti, in particolare di elettricità e alla questione di potenziare i vettori energetici che causano meno impatto sull’ambiente. Anche in Svizzera come in altri paesi europei, si guarda con maggiore interesse al nucleare di nuova generazione. A livello politico, la strategia energetica 2050, con la quale il popolo svizzero pochi anni orsono ha deciso di uscire progressivamente dal nucleare non costruendo più nuove centrali, sarà rivista. E recenti sondaggi indicano che la maggioranza della popolazione svizzera ha il timore di non disporre di sufficiente energia nei prossimi anni.
Nonostante tutte le incertezze, la situazione della Svizzera per certi versi non è problematica. Ci sono tre impianti nucleari e quattro reattori funzionanti: Leibstadt, entrata in esercizio commerciale nel 1984, Gösgen, nel 1979, e Beznau 1 e 2. Beznau ospita il reattore funzionante più vecchio al mondo: il primo blocco è entrato in servizio nel 1969. Vi sono inoltre motivi fondati per prolungare la vita delle attuali centrali nucleari fino ad almeno ottant’anni, anche perché lo stato di sicurezza degli impianti svizzeri è considerato buono, anche grazie a una manutenzione regolare e a continui interventi di aggiornamento. In Svizzera gli investimenti nella sicurezza nucleare sono costanti e l’autorità di controllo che deve certificare lo stato di sicurezza degli impianti fa il proprio lavoro.

Il prolungamento in sicurezza della vita delle centrali nucleari attuali è probabilmente la risposta più intelligente in questa fase di transizione. Innanzitutto, l’orientamento internazionale è quello di costruire in futuro impianti nucleari di dimensioni più ridotte rispetto a quelli esistenti e meno potenti, ma più efficaci nella produzione di energia elettrica attraverso componenti più efficienti. Stiamo parlando del nucleare di terza e di quarta generazione. In secondo luogo, occore considerare, almeno in Svizzera, che dalla progettazione alla messa a disposizione di un nuovo impianto nucleare passano almeno quindici-venti anni. Inoltre, non possiamo dimenticare che gli investimenti in impianti nucleari sono fatti dai privati e in questo momento in Svizzera nessuno sembra essere interessato a farlo. Proprio perché il nucleare di nuova generazione non è ancora pronto.
Rivedere la strategia energetica 2050 della Confederazione ha un senso per andare incontro alle esigenze crescenti di energia della popolazione e dell’economia.
E’ importante tuttavia che sia mantenuta e sviluppata anche la ricerca scientifica a livello accademico sull’energia nucleare. E’ anche da qui infatti che passa lo sviluppo del nucleare di nuova generazione. Concentriamoci intanto sul cosiddetto “nucleare di terza generazione”, che è già un realtà in sperimentazione e sviluppo. Si tratta di un’evoluzione dei reattori precedenti. La tecnologia resta quella della fissione, ma rispetto alla seconda generazione si è lavorato molto sulla sicurezza, sulla standardizzazione di alcuni componenti e sulla capacità degli impianti di reagire anche in condizioni critiche.
In attesa magari di realizzare il sogno della fusione nucleare come avviene per il sole, ma qui onestamente saranno ancora necessari diversi decenni almeno per arrivare a una soluzione sostenibile e commerciabile.

