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Il Natale, e l'unico asset che non si svaluta mai

   
AITI
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In occasione del Natale, per qualche giorno spegniamo i riflettori. Le scadenze restano lì, ma smettono di fare rumore. In questo silenzio sospeso, a volte riusciamo a “sentire” cosa davvero tiene insieme le persone e le organizzazioni.

Durante le festività succede una cosa curiosa: per qualche giorno, rallentiamo. Mettiamo in pausa obiettivi, budget, risultati, performance. Le vittorie possono aspettare, le sconfitte anche. Tutti, o quasi, torniamo a investire tempo ed energie in ciò che, durante l’anno, tendiamo a considerare secondario: le relazioni umane. Forse non si tratta soltanto di una pausa emotiva. Forse è una lezione manageriale.

Chi ha avuto modo di ascoltare davvero le persone negli ultimi anni della loro vita lo sa: spesso, quando si chiede che cosa resti, le risposte sono sorprendentemente simili. Non si parla più di denaro, carriera, status o traguardi professionali, ma di chi ci è rimasto accanto. Le persone, i legami costruiti, le relazioni coltivate, mentre si era impegnati a perseguire altri obiettivi.

Un amico ha condiviso recentemente con me un messaggio che arriva da un contesto tutt’altro che intimista: lo sport professionistico. Nel suo discorso di investitura alla Hall of Fame (a questo link), l’allenatore di basket Gregg Popovich, ritiratosi nel 2025 dopo aver condotto i suoi San Antonio Spurs a 6 finali e 5 titoli dell’NBA, ha definito “robaccia” le vittorie e i trofei conquistati. Le vittorie e i trofei, dice Popovich, col tempo si dissolvono come illusioni. Quello che rimane, ha spiegato Popovich, sono le relazioni costruite lungo il percorso: il rispetto, la fiducia, la stima reciproca. È soltanto la qualità delle relazioni con i propri giocatori — che Popovich, a distanza di anni, sa ancora descrivere nella loro unicità, tra gli sguardi commossi dei “suoi” ragazzi — a confermare il valore, il senso e l’importanza di una persona. 

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Portato dentro l’impresa, il messaggio è chiaro, anche se per certi versi scomodo. Quante volte sentiamo dire che “le persone sono al centro”? Poi però, nella pratica quotidiana, le uniche cose che finiscono davvero sotto osservazione sono numeri, obiettivi e indicatori. Le relazioni restano sullo sfondo: importanti, certo, ma sempre rimandabili. Le relazioni vengono trattate come il tema “soft”, che s’intende, implicitamente: accessorio. Qualcosa da delegare alle risorse umane o ai momenti di team building.

Eppure, se guardiamo attentamente, tutti lo sappiamo. Le organizzazioni che funzionano nel tempo hanno una caratteristica comune: le persone si sentono viste, riconosciute, considerate. I collaboratori non sono considerati solo utili, ma importanti; non ingranaggi, ma interlocutori. Non occasionali comparse (come sembrerebbe, ascoltando la massima "tutti sono utili e nessuno è indispensabile"), ma insostituibili protagonisti. 

Chi guida una squadra con una prospettiva di lunga durata lo sa bene: senza qualità delle relazioni, non arriva nessuna performance; senza dare fiducia non si ottiene nessun impegno; senza riconoscimento, la motivazione si spegne. Il senso di appartenenza precede l’efficacia; l’autostima genera la responsabilità di ognuno.

Forse il Natale serve anche a ricordarci questo: l’unico capitale che non si svaluta nel tempo è quello relazionale. Mentre tutto il resto – numeri compresi – è conseguenza, e svanisce nel tempo come neve al sole, il nostro vero, inalienabile successo nasce dall'essere riconosciuti e apprezzati da coloro con cui condividiamo il nostro cammino. E dal sapersi meritare questo apprezzamento.

Pensiamoci per qualche momento durante l’anno, aspettando il prossimo Natale. 

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