Il cambiamento della prassi sul marchio della Svizzera da parte dell’Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI), sta suscitando vive reazioni, almeno in parte dell’economia elvetica. Secondo la nuova prassi, è ora consentito apporre il simbolo nazionale su beni prodotti fuori dalla Svizzera, a patto che la creazione intellettuale (come il design, la ricerca o lo sviluppo) sia avvenuta nel nostro paese e accompagnata da diciture specifiche (es. "Swiss Engineering").
Ma perché questo cambiamento di prassi? L'IPI giustifica la misura per venire incontro alle aziende pressate da un franco forte e da difficoltà geopolitiche, quindi principalmente le imprese d’esportazione. Non tutti nell’economia sono però d’accordo. Ad esempio, l’Unione svizzera delle arti e dei mestieri (USAM), l’organizzazione nazionale che rappresenta alcune centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, teme la perdita di fiducia dei consumatori, una svalutazione del marchio e un incentivo alla delocalizzazione di posti di lavoro all’estero. Un sondaggio presso le aziende conferma questi timori.
Oltre il 90% delle piccole e medie imprese non possiede impianti produttivi all’estero e opera sostenendo i costi e i salari svizzeri. Queste aziende dipendono dal fatto che la croce svizzera rimanga un simbolo di qualità e di origine. L’allentamento delle regole rischia quindi di indebolire il marchio Svizzera.

Le critiche dell’USAM sono condivise anche dalla maggioranza della popolazione, stando a un sondaggio rappresentativo pubblicato recentemente. L’88% delle persone aventi diritto di voto intervistate ritiene che la croce svizzera debba essere riservata esclusivamente ai prodotti fabbricati in Svizzera.
L’IPI come detto giustifica questa scelta sul carattere svizzero dei nostri prodotti con le pressioni economiche a cui sono sottoposte le imprese svizzere. La forza del franco e gli ostacoli geopolitici, come i dazi statunitensi e altre barriere tariffarie, costringono molte aziende a trasferire la produzione all’estero. Poiché il lavoro ad alto valore aggiunto spesso (ma non sempre) resta in Svizzera, l’IPI sostiene che queste imprese abbiano interesse a rendere visibili le proprie radici svizzere. La croce può essere utilizzata solo accompagnata da diciture come “Swiss Engineering” o “Swiss Research”.
La situazione viene monitorata per così dire a livello politico. Molte PMI esportatrici stanno subendo i contraccolpi della difficile situazione congiunturale internazionale e le conseguenze degli eventi geopolitici. Il marchio Svizzera rappresenta per loro una certa garanzia, che permette di poter spuntare qua e là prezzi superiori fino al 20 % dovuti proprio alla garanzia del prodotto elvetico.
Recentemente è assurto alla cronaca il caso dell’azienda di scarpe elvetica Kybun, che ha deciso di delocalizzare in Italia una quarantina di posti di lavoro dalla valle del Reno. Dal punto di vista dell’impresa questa maggiore flessibilità sul marchio svizzero non lasciava altra possibilità che quella di delocalizzare all’estero per ridurre i costi.
Il cambiamento della prassi in materia di “svizzeritudine” è stato adottato dall’IPI e non ha reso necessaria una decisione politica. Il tema tuttavia è destinato a suscitare discussioni sotto la cupola di palazzo federale, probabilmente già nella prossima sessione autunnale che inizia a settembre. Possibili marce indietro non sono escluse, così come il mantenimento della rotta decisa dall’IPI. Ancora una volta gli interessi delle grandi multinazionali e quelli delle PMI che esportano dalla Svizzera sembrano distanziarsi.

