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Il lavoro ha ancora un futuro?

   
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Il World Economic Formum di Davos (WEF) ha pubblicato lo scorso 1° maggio il suo tradizionale rapporto sul futuro del lavoro, che getta uno sguardo sulla sua evoluzione nel mondo nei prossimi (cinque) anni. Il rapporto si basa sul sondaggio che ha coinvolto 803 fra le aziende più grandi del mondo e che occupano complessivamente oltre 11 milioni di lavoratori in 45 economie di tutte le regioni del mondo. I datori di lavoro coinvolti prevedono la creazione di 69 milioni di nuovi posti di lavoro a fronte di 83 milioni di posti di lavoro che andrebbero persi, il che si traduce in una diminuzione del 2 per cento dell’occupazione attuale. Naturalmente occorre considerare anche il negativo tasso demografico di diverse nazioni occidentali ed extra occidentali.

La perdita di posti di lavoro, tuttavia, non sembra essere causata dall’intelligenza artificiale, come molti potrebbero temere, bensì dal rallentamento della crescita economica e dall’inflazione.

Il lavoro ha ancora un futuro

Il progresso tecnologico e la digitalizzazione trasformeranno il lavoro, ma il loro effetto potrebbe essere piuttosto positivo.

Come era immaginabile, diversi ruoli impiegatizi e di segreteria – impiegati di banca, addetti all’inserimento dei dati, cassieri ad esempio – sono destinati ad essere automatizzati. I nuovi sistemi dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo ulteriore di Chat GPT gestiranno diversi ruoli nella comunicazione e dunque anche queste professioni saranno in parte automatizzate.

Anche l’impatto delle tecnologie non va tuttavia esagerato. Secondo le imprese che hanno risposto al sondaggio, circa un terzo delle mansioni è oggi automatizzato, ma si tratta di appena l’1 per cento in più rispetto a tre anni fa. Le previsioni sull’automazione sono state riviste al ribasso rispetto al 2020: se allora si prevedeva che i robot avrebbero svolto il 47% delle mansioni già nel 2025, oggi si è scesi al 42% entro il 2027.

Il 50% delle imprese prevede in ogni caso che l’intelligenza artificiale finirà per aumentare l’occupazione, mentre solo il 25% teme la sostituzione massiccia di dipendenti. Stesso discorso vale per la transizione energetica, che pure creerà più posti di lavoro di quanti ne distruggerà. In entrambi i casi, però, il bilancio positivo dipenderà dalla capacità di governi e imprese di favorire la riqualificazione della forza-lavoro. Una scommessa di non poco conto considerando la necessità di adeguare i sistemi scolastici ai nuovi paradigmi.

Il lavoro ha ancora un futuro (2)

I processi di adeguamento del mercato del lavoro saranno in parte ostacolati dalla relativa incapacità delle imprese di attrarre i talenti e dalle lacune nelle competenze. Inoltre, oltre il 50 per cento dei lavoratori avrà bisogno di formazione nei prossimi cinque anni, ma solo una parte di essi avrà effettivamente accesso a delle opportunità formative. I paesi maggiormente virtuosi da questo punto di vista saranno maggiormente competitivi.

I posti di lavoro in più rapida crescita sono legati all’intelligenza artificiale: serviranno allo stesso modo più specialisti dei dati per addestrarla e più esperti di cybersicurezza per difendersi dai suoi utilizzi impropri.

Gli investimenti nella transizione energetica apriranno invece nuove opportunità per specialisti della sostenibilità, ingegneri delle energie rinnovabili e professionisti della protezione ambientale. Serviranno naturalmente più docenti: almeno 3 milioni in più. Ma anche loro con caratteristiche rinnovate.

 

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