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Dove vanno (e dove restano) i laureati ticinesi

   
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Mobilità, permanenza e opportunità: un quadro più articolato delle traiettorie post-laurea, utile a imprese e decisori.

Quando si parla di giovani qualificati e Ticino, il tema viene spesso letto in modo binario: si resta o si parte. Ma le traiettorie reali sono più sfumate, e soprattutto misurabili. Un contributo dell’Ufficio di statistica del Cantone Ticino (Ustat), pubblicato su “Extra Dati” (novembre 2025), utilizza la nuova fonte esaustiva LABB-STATPOP per seguire l’evoluzione del domicilio principale dei laureati ticinesi negli anni successivi al conseguimento del titolo.

Il dato più immediato aiuta a inquadrare il fenomeno: a otto anni dal titolo, circa due terzi dei laureati considerati (68%) risiedono ancora in Ticino. Il campione di riferimento include 4.532 persone e riguarda chi ha conseguito il titolo tra il 2012 e il 2016, con almeno otto anni di osservazione del domicilio post-laurea e con percorso accademico concluso in Svizzera. È un perimetro importante, perché consente di guardare oltre la fase immediatamente successiva agli studi e di osservare scelte che tendono a consolidarsi nel tempo.

Detto questo, la mobilità esiste e non è casuale: varia in modo significativo in base ad alcune caratteristiche. La prima, e forse la più determinante, è il luogo di studio. Chi consegue il titolo in Ticino tende più spesso a mantenere qui il proprio domicilio anche negli anni successivi; chi si forma oltre Gottardo presenta invece una maggiore propensione a stabilirsi fuori Cantone. Non si tratta solo di “preferenze personali”: la ricerca richiama fattori molto concreti, come l’ingresso nel mercato del lavoro tramite stage e primi impieghi, la costruzione di reti sociali e professionali durante gli studi e la presenza di opportunità più numerose o specializzate in alcuni poli universitari.
Un secondo elemento è il tipo di formazione. In media, i laureati delle università e dei politecnici risultano meno presenti in Ticino a otto anni dal titolo rispetto a chi proviene da scuole universitarie professionali e alte scuole pedagogiche. Anche qui, la lettura è utile soprattutto se collegata al contesto: alcuni percorsi formativi sono più direttamente legati al fabbisogno del territorio e a sbocchi professionali locali, mentre altri conducono più frequentemente verso mercati del lavoro concentrati altrove.
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Guardando a chi risiede fuori Cantone a otto anni dal titolo, la distribuzione geografica è tutt’altro che “sparsa”: emerge una concentrazione in alcuni cantoni universitari ed economici. La destinazione più frequente è Zurigo, seguita da Vaud e Berna. In altri termini, la mobilità tende a indirizzarsi verso ecosistemi in cui università, ricerca e imprese creano un mercato del lavoro altamente attrattivo, soprattutto per profili con competenze specifiche e percorsi più accademici.

Anche l’ambito di studio contribuisce a spiegare queste differenze: alcuni ambiti mostrano una maggiore presenza in Ticino a distanza di anni, mentre altri registrano una quota più elevata di domiciliazione fuori Cantone. Questo suggerisce, in modo prudente ma plausibile, che contino anche la struttura settoriale dell’economia e la disponibilità di opportunità coerenti con le competenze maturate. Non è una conclusione “assoluta” (entrano in gioco reddito, carriere, scelte familiari), ma è un’indicazione utile per chi lavora su politiche e strategie.

Perché questi dati interessano le imprese e il territorio? Perché parlano direttamente di capitale umano, cioè di uno dei fattori più critici per la competitività delle imprese. Se è vero che una quota significativa di laureati rimane in Ticino nel medio periodo, è altrettanto vero che la capacità di trattenere e attrarre competenze dipende dalle condizioni offerte: qualità delle posizioni, possibilità di crescita, percorsi di specializzazione, connessioni con università e centri di ricerca, contesto di innovazione. Dal lato pubblico, la lettura dei flussi può supportare scelte più mirate su formazione, orientamento, incentivi e politiche di attrattività.

In sintesi: i numeri non negano la mobilità, ma ne ridimensionano le letture semplicistiche. Il quadro restituito da LABB-STATPOP invita a spostare l’attenzione dalla “narrazione” al funzionamento dei percorsi: dove si studia, come si entra nel lavoro, quali reti si costruiscono e quali opportunità si trovano. È su queste leve, più che sulle etichette, che si gioca la partita dei talenti.

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