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Cedimenti strutturali dell’economia

   
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Si moltiplicano negli ultimi mesi i segnali di un cedimento qua e là dell’economia ticinese, che non sono più riconducibili esclusivamente a problemi congiunturali. I fattori penalizzanti sono legati da un lato a una situazione dei mercati internazionali instabile e insoddisfacente da almeno sei anni a questa parte, cioè a partire dall’epidemia di Covid. Si aggiungono dall’altro lato fattori con i quali dovremo fare i conti nei prossimi anni, prima di tutto l’invecchiamento della popolazione e la maggiore difficoltà nel trovare il personale specializzato ma anche meno specializzato necessario.

Per gli ambienti politici e la popolazione è difficile comprendere quanto sia grave la situazione di difficoltà delle imprese e quali possano essere le conseguenze, in particolare per le aziende che esportano. Prima di tutto, non si può prescindere dal fatto che i costi a carico delle imprese sono generalmente crescenti: maggiori costi delle materie prime, rincaro delle catene logistiche e dei prezzi dell’energia, aumento dei salari minimi e delle masse salariali delle imprese, aumento dell’IVA e di altre imposte e tasse per finanziare compiti pubblici, ecc.

L’economia ticinese è fatta per oltre il 90 % di piccole aziende fino a 10 dipendenti. Quelle più grandi, meno di 4'000 su circa 40'000, fanno prima di tutto innovazione di processo, cioè innovano su prodotti esistenti. I margini di guadagno per la maggior parte delle imprese sono limitati. L’innovazione è un fattore decisivo per la competitività delle aziende, ma in una situazione economica difficile come quella attuale, avere risorse sufficienti per investire è sempre più difficile.

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Agli occhi di un imprenditore o di un investitore che sta valutando dove avviare un’attività economica, medesimo discorso per quelle aziende che sono presenti in Ticino ma che hanno quartier generale a nord delle Alpi, il Ticino appare sempre più come un territorio sempre meno accogliente per investire in attività che poi realizzano posti di lavoro. E’ una questione di condizioni quadro che sono oggi meno competitive rispetto al passato, ma è pure l’emergere di una percezione di un territorio che non sembra più fare tutto quanto è nelle sue possibilità per creare economia e benessere per la popolazione.

Nel silenzio e forse pure nel disinteresse generale, qua e là si percepiscono dei cedimenti all’interno dell’economia cantonale, che nel concreto si traducono ad esempio nella delocalizzazione, probabilmente definitiva, di parti di aziende all’estero, dove il costo del lavoro è più sostenibile. Si perdono così competenze e indotto economico a livello locale. Mancheranno dunque risorse anche per finanziare i compiti dello Stato e il riequilibrio finanziario, che in Ticino è un’urgenza più che drammatica. Basti solo pensare al fatto che finanziare l’iniziativa votata dal popolo a settembre 2025 per limitare il costo a carico dei cittadini dei premi di cassa malati, insieme ad altre decisioni prese dal popolo medesimo e dalla politica, si tradurrà a partire dal 2028, se non prima, in disavanzi annuali dello Stato di 600 – 700 milioni di franchi. Nemmeno un aumento consistente delle imposte a carico di tutti i contribuenti sarebbe sufficiente a finanziare disavanzi così importanti.

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