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Alcune considerazioni sul reddito universale

   
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Le teorie piscologiche del secolo scorso indicano che il lavoro non è soltanto una fonte di risorse economiche per la sussistenza delle persone. È un fenomeno molto più profondo e umano; uno degli strumenti attraverso cui costruiamo la nostra identità, sviluppiamo i nostri talenti e scopriamo di poter lasciare il mondo un po' migliore di come l'abbiamo trovato.

Molte persone sono affascinate dall’idea che sia possibile distribuire un reddito universale, soprattutto considerando il fatto che già oggi la ricchezza globale disponibile ci consentirebbe, introducendo adeguati metodi ridistributivi, di garantirlo. Come accade in occasione di ogni rivoluzione tecnologica, inoltre, possiamo immaginare che i più ottimisti abbiano ragione e che l'intelligenza artificiale possa in breve diventare così efficiente da produrre una quantità di ricchezza ancora maggiore all’attuale, sufficiente a garantire un reddito complessivo tale per cui ognuno possa vivere dignitosamente anche lavorando poco o senza lavorare affatto.

Se fosse corretta l’ipotesi per cui "il lavoro serve a guadagnare denaro" e che lavorare è necessario solo per vivere, potremmo dunque essere a un passo dalla soluzione dei problemi dell’umanità.

Ma proprio nel momento in cui potremmo essere materialmente così vicini alla felicità, appare necessario analizzare meglio proprio questa ipotesi di partenza: davvero il lavoro serve soltanto a produrre il salario necessario per sopravvivere?

Tutta la psicologia del Novecento, in particolare la psicologia del lavoro, racconta una storia diversa. Abraham Maslow ha teorizzato che gli esseri umani, una volta soddisfatti i bisogni fondamentali, non sono ancora felici. Perché quello è il momento in cui vedono nascere dentro sé altri bisogni: quelli di riconoscimento, crescita, appartenenza, autorealizzazione. Frederick Herzberg, da parte sua, ha dimostrato che uno stipendio adeguato può evitare l'insoddisfazione, ma non riesce a generare soddisfazione. Dopo un tempo relativamente ridotto, qualunque aumento di salario diventa la normalità, mentre ciò che continua a fare la differenza, ossia a poter generare soddisfazione (e perciò motivazione) è altro: imparare, assumersi responsabilità, essere riconosciuti, vedere il valore del proprio contributo. Marie Jahoda, infine, studiando la disoccupazione, ha constatato una cosa forse ancora più sorprendente. Il lavoro produce sì un reddito ma, quando le persone lo perdono, si scoprono prive anche di tutta una serie di benefici invisibili: il lavoro organizza il nostro tempo, costruisce relazioni, ci inserisce in una comunità, ci offre uno scopo e ci permette di sentirci utili.

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Sono questi gli aspetti della nostra psicologia che il dibattito sul reddito universale rischia talvolta di lasciare in secondo piano. Nessuna disponibilità economica può sostituire la soddisfazione di risolvere un problema difficile. Nessun assegno può regalare l'orgoglio di una competenza conquistata. Nessun trasferimento bancario può dare il piacere di essere necessari a qualcuno. Beninteso: ciò non significa che la povertà sia irrilevante, né che garantire a tutti le risorse necessarie per vivere dignitosamente non possa essere un obiettivo fondamentale di giustizia sociale.

La domanda che ci poniamo è diversa: una volta raggiunto questo traguardo, potremmo davvero dire di avere risolto anche il problema della felicità umana?

E le considerazioni appena esaminate indicano che la risposta sembrerebbe essere negativa. Per costruire una società nella quale il maggior numero possibile di persone possa vivere bene, non sarà sufficiente ridistribuire il denaro; si dovrà anche pensare a come distribuire le occasioni di contribuire attivamente al bene comune. Nella consapevolezza del fatto che la dignità non nasce soltanto dal possedere delle risorse, ma dal sentirsi parte di un'opera; dal vedere che ciò che noi sappiamo fare può migliorare la vita di qualcun altro.

In fondo, è questa la grande intuizione che accomuna molte delle principali teorie psicologiche del secolo scorso: il lavoro non è soltanto una fonte di risorse economiche per la sussistenza. È un fenomeno molto più profondo e umano: uno degli strumenti, forse il più importante, attraverso cui costruiamo la nostra identità, sviluppiamo i nostri talenti e scopriamo di poter lasciare il mondo un po' migliore di come l'abbiamo trovato.

Piano piano stiamo rientrando tutti dalle ferie e sembrerebbe non esserci momento migliore per augurare, a tutti, buon lavoro.

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